lunedì 4 settembre 2017

AILANTO n. 48 - Su Raffaele Niro



Non so se Raffaele Niro, nel congedare la sua raccolta più recente, intitolata L’attesa del padre, avesse presente un aneddoto ungarettiano, che mi sembra di ritrovare in filigrana ad apertura di libro. Ogni inizio d’anno, ovunque si trovasse, l’autore dell’Allegria e del Dolore prendeva carta e penna e si costringeva alla scrittura. Si trattava di una specie di rito magico, di un esorcismo nei confronti dell’aridità creativa: il primo giorno dell’anno diveniva una sintesi simbolica dell’anno intero, così che trascorrerlo senza aver scritto una poesia avrebbe significato un raccolto in versi davvero magro. In questa sua «attesa», che leggo in senso soggettivo più che oggettivo per il carico di affetto che trasuda (è il padre che attende sia le nascite imminenti sia i loro sviluppi in termini emotivi e di crescita), Niro, nel dedicare alla sua figlia minore la suite d’ingresso, scrive: «la solitudine a gennaio / aiuta a togliere l’erba cattiva / dal campo dell’immaginazione / per favorire la messa a dimora del futuro». È un’allegoria della vita morale, ma anche della poesia. Al volgere dell’anno – tempo inevitabile di bilanci, anche esistenziali - si rende necessario disinfestare il campo, liberare l’immaginazione dalle zavorre del vissuto, quando questo non sa farsi materia di poesia. Si deve entrare in un tempo interiore, agostiniano: il tempo della riflessione, dell’introspezione. La solitudine è la condizione che lo consente, all’epoca di Agostino come nella nostra, anche se gli spazi sono resi più difficili. È anche il tempo di riconoscersi e di misurarsi in una nuova identità: quella paterna, appunto.
Allora non sorprende che le epigrafi che fanno da viatico a questa raccolta appartengano proprio a Ungaretti e a Octavio Paz, ovvero a due poeti girovaghi per antonomasia, per quanto diversi tra loro. Con un sostanziale distinguo, però: la geografia di Raffaele Niro è una dimensione tutta interna, affettiva. Quanto si narra nei suoi versi risponde a una condizione sentimentale. Mentre quei due maestri inseguono l’uno i deserti della modernità e l’altro la sua urbanità cangiante, Niro sceglie la strada di un possibile spostamento di valori, e si arrocca nell’altalena incessante di astratto e concreto, aprendo di fatto un varco («una porta», scrive Paz) al pensiero, nel pensiero dell’attesa. Del resto, è uno dei modi possibili di declinare il proprio girovagare: «tra le dita si è incantato il tempo», «il tempo che si crede d’attesa / esce da un ricordo col profumo di futuro», leggiamo in poesia d’attesa. Allo spazio, questo poeta ha prontamente sostituito il tempo. Non è una strategia certo nuova, nella storia della tradizione lirica, della nostra in particolare: ma Niro aggiunge, di suo, questo proiettarsi nel futuro, questo fare della memoria non solo uno straordinario vettore affettivo, come ci insegnava Leopardi, ma soprattutto un cortocircuito per cui il passato si lancia in avanti. È un’altra, neppure troppo sotterranea allegoria generazionale, con tutto il carico di responsabilità che possiamo supporre: «perché l’attesa di un figlio / non si conclude / con la sua venuta al mondo».

Raffaele Niro, L’attesa del padre, Transeuropa 2016, e. 11,90.


le mani del figlio

le mani di mio figlio
aprono l’asola del mattino
con la disinvoltura della luce

è lui che cuce l’alba
trasformando materia scialba
in un pezzo di universo
che inizia qualcosa di possibile

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