sabato 21 aprile 2018

AILANTO n. 52 - su Marco Vitale





Ci sono versi che ritornano spesso alla mente e che non sappiamo più ricollocare nei libri che ci hanno accompagnato. Così mi è accaduto per una poesia di Marco Vitale, che non sapevo più ricondurre al suo legittimo autore. Quei versi dicevano: «Sentivo come mie di chi tornava / là in fondo lungo il ponte / sui binari / domeniche d’autunno già consunte / già rapite agli abbracci». Il titolo non lo ricordavo. L’ho ritrovato aprendo il bel volume che raccoglie tutto il lavoro poetico di Vitale, Gli anni, appena apparso da Nino Aragno con un partecipe saggio introduttivo di un lettore raffinato come Giancarlo Pontiggia.
Lambrate, così si intitolano quei versi. Non potevo sapere, quando li lessi per la prima volta in quello scarno libretto,Monte Cavo, pubblicato in una collana a cura di Dario Bellezza, che anche Sandro Penna, nelle lunghe passeggiate durante i suoi soggiorni milanesi, si era recato fino a quel ponte sulla ferrovia. Aveva lasciato diversi segnali e toponimi, il poeta in cerca di lavoro e senza alcuna voglia di lavoro che non fosse la scrittura; eppure a Lambrate non avevo pensato. Strane analogie della mente? Mi piace partire così, da un luogo e da un titolo rimossi, da un autore a lungo studiato, per tornare ad affacciarmi sulle poesie di questo libro corposo, a dispetto della parsimonia e della discrezione con cui Vitale si è presentato ai lettori.
Era il 1993, quando uscì Monte Cavo, che Pontiggia, nel suo scritto, definisce «sfortunato», per il poco seguito che ebbe e per la volontà di occultamento del suo stesso autore; con la raccolta complessiva Vitale festeggia dunque i suoi venticinque anni di presenza, importante quanto pudica, nelle vicende della poesia italiana a cavallo del millennio. La sua voce, rara e preziosa, ha saputo scandire i momenti di una lunga, inesausta Bildung che poggia su un vasto sapere letterario, fatto anzitutto di una disinteressata, fertile curiosità di umanista. Attraverso questa lente, che è prima di ogni cosa quella della poesia, Vitale ferma gli istanti di un’esistenza globale, in cui sentimenti, incontri, affetti e paesaggi attraversati si offrono in tutta la loro sconcertante nudità, generando, come nel poeta perugino, una gioia quieta, che non sa urlare se stessa, ma che pure è lo stemma di una vitalità sicura di sé. Anche nel dolore, anche nei vuoti improvvisi, quando il tragico incombe nelle forme dell’assenza e sembra voler trascinare, nel vortice del nulla, ogni residuo di tenerezza. È proprio allora che il poeta Vitale tiene fede al proprio nome, e come un pittore ingaggiato ad affrescare una parete bianca, riempie le proprie pagine di immagini vive nell’affettività della memoria. 
Ha ragione, Pontiggia, a identificare al termine di questo percorso il raggiungimento di un «piacere estetico», ma Vitale non insegue un ideale astratto di bellezza; si contenta di rovesciare sul mondo che osserva, sulle esperienze di cui partecipa la luce crepuscolare, calma, di una lucidità che sa farsi ancora incanto, sorpresa. Proprio per questo i suoi parametri espressivi si nutrono di tutto ciò che appare secondario, minimo, quasi nascosto. È in quei recessi di una storia ben più vasta della sua che questo poeta ha lungamente rincorso le figure di un’alterità che gli si è rivelata, infine, assai più prossima e familiare. Con il suo Tratto fermo e lieve (titolo della sezione di inediti che chiudono il volume) Vitale sa cogliere quella vita «che accade mentre ci occupiamo d’altro».
Marco Vitale, Gli anni, con un saggio introduttivo di Giancarlo Pontiggia, Aragno 2018, e. 25.00.

Una ferita, sarà poi questo
a convogliare il vero e il falso?
Corre inesausto il nostro sangue
gela l’Europa, un anno
si rivela, una caducità
di fondo tenta il cuore. Noi
mentre lontano imbianca
sul profilo dei monti, per quest’ora
che brucia calma e ferma
che intrema

sabato 24 febbraio 2018

Il nuovo libro di Nicola Romano

È appena apparso da Passigli, nella collana a cura di Fabrizio Dall'Aglio, il nuovo libro di Nicola Romano, D'un continuo trambusto. Posto qui la prefazione che ho scritto per l'occasione. Auguri!




Il trambusto è continuo, recita il titolo di questa nuova raccolta di Nicola Romano. È un aggettivo che condividiamo, ma non si tratta di una semplice consonanza. Non ci sono prospettive a convergere, nella galassia globale dove tutto, ormai, sembra davvero essere «continuo», sia che giunga ai sensi attraverso la vista, o l’orecchio, o la visione, come in un celebre libro di Italo Calvino, che faceva della continuità una categoria dell’invisibile. Romano, invece, è un poeta del concreto: con la sua scrittura, di volume in volume, ha tracciato, disegnato i contorni di un paesaggio cittadino e famigliare, e li ha riempiti di immagini nette, precise come i suoi affetti; ne ha scandagliato la sostanza più intima, le più remote lacerazioni, spartendosi tra toni che solo con approssimazione potremmo definire civili e momenti di più evidente lirismo, proprio in anni di reiterati attacchi a qualsivoglia pretesa di soggettività. Da questo punto di vista Romano è il soldato che difende la roccaforte, aspettando i tartari; l’ultimo che possa ancora padroneggiare, senza tema di incoerenza, gli strumenti dell’io.
Anche in queste poesie l’altalena si ripropone, e forse in modi ancora più ricchi e complessi che in passato. Il poeta tocca corde varie e vari sono i registri a cui ricorre, pur dentro un’insolita compattezza di dettato. Si trascorre dal bozzetto urbano all’autoritratto psicologico, passando per un certo impressionismo intimistico o per improvvisi squarci paesaggistici che ambiscono al più ampio affresco. Eppure, dietro questo vortice espressivo, e sotto il brulichìo del presente, si avverte l’azione di un unico, inesausto motore: una sola dolente matrice che chiede di riscattarsi in gioia, mimando una denuncia, manifestando il disinganno. È il motore della contraddizione. Non nel senso dell’antinomia, ma in quello della critica e del contrasto. Un’opposizione assoluta, determinata. Con le armi della poesia Romano difende il territorio che caparbiamente ha costruito negli anni e in cui ama riconoscersi. Non è un territorio vasto e non rimanda ad alcuna eroicità. Anche per lui, come per altri autori della sua generazione, si potrebbe ricorrere alla scontata formula di un’antiepica del quotidiano, se non gli accadesse, nello sforzo e nella ricerca della poesia stessa, di circoscrivere un’ontologia, che si palesa anzitutto nella scelta del genere e nell’impostazione della voce. Per lui, ultimo tra i lirici, quella difesa non è un atteggiamento, né una battaglia di cui fare materia per facili versi. È piuttosto la spinta, continua, verso quella regione dove la parola recupera tutta la propria forza e la lingua, ovvero l’identità, rinviene il punto esatto della decantazione, della liberazione dalle scorie del vissuto.
Viene da chiedersi, a questo punto, quale sia il vero vissuto di un poeta come Romano. Perché in realtà c’è come una patina sensoriale attraverso la quale i fenomeni giungono al soggetto, per essere filtrati e trasferiti sulla pagina. In questo, Romano è coerente con l’asse percettivo della modernità, a cui però sembra guardare con un certo riservo, cercando (o mirando a cercare) il colloquio con una tradizione più vasta e antica. Insomma, ancora una volta poesia e vita giocano a scambiarsi i ruoli, di qua e di là di uno stesso palcoscenico. Ora Romano è in scena, ora osserva dietro le quinte, ora siede sornione tra il pubblico. Il suo vissuto trapassa, come in un processo di osmosi, tra ciò che gli è più prossimo e saldo e ciò che inevitabilmente crea disturbo e lontananza. Così, allo stesso modo, mutano i suoi toni. E se la prossimità delimita la sicurezza, evidenzia un milieu affettivo (intendendo anche l’affettività come una forma di conoscenza o addirittura di trascendenza, come ha ben intuito quel maestro di modernità che è Leopardi) e lascia aprirsi una finestra sugli interni di una vita domestica, come in quadro di Vermeer, la lontananza non rinvia ad alcuna nostalgia, perché è priva di spessore temporale. Ogni verso di Romano ci lega al suo e al nostro presente, e proprio per questo ci invita a frequentare il versante di un’inattualità tutta da costruire, tenacemente, nel resistere della poesia.


venerdì 23 febbraio 2018

Con Penna a Lugano il 14 marzo

Il Meridiano Penna approda in Svizzera, presso l'USI, all'interno del progetto “Archivi del Novecento", in collaborazione con la RSI, Rete Due. Un ringraziamento agli organizzatori, a Stefano Prandi per l'invito e a Massimo Zenari che segue il progetto.




mercoledì 31 gennaio 2018

Officina della poesia - a Bologna il 6 febbraio

Ringrazio Paolo Valesio e il Centro Studi Sara Valesio per questo incontro a Bologna sul Meridiano Penna. Con l'occasione sarà presentato il numero monografico di «Nuovi Argomenti» dedicato al poeta, a cura di Maria Borio.



venerdì 19 gennaio 2018

Rassegna Versus a Recanati

Recanati. Versus, ottimo inizio con Deidier. Soccio: Recanati diventerà un riferimento internazionale per la poesia classica e contemporanea

Sala gremita al Circolo di lettura e conversazione
Sala gremita al Circolo di lettura e conversazione
Un folto e partecipe pubblico ha accoltodomenica pomeriggio, nella sede del Circolo di Lettura e Conversazione, Roberto Deidier, il primo poeta ad inaugurare VERSUS la rassegna di confronti poetici ideata dall’Associazione Lo Specchio. “Il progetto nasce con lo scopo di ampliare il pubblico della poesia, troppo spesso ridotto a pochi addetti ai lavori, e aprire con esso un dibattito”, ha affermatodurante la presentazione Vanni Semplici,il presidente dell’associazione. E così è stato.Deidier, stimolato dalle domande di Piergiorgio Viti, ha affrontato un tema universale ed estremamente toccante:come sconfiggerei tentacoli della morte? Per il poeta“Si muore solamente quando non ci sarà più nessuno a parlare di te.” L’antidoto alla morte è la memoria. Il dibattito con il pubblico ha aperto altre argomentazioni sul versante sociale, come il problema dell’eutanasia. Per Deidier è molto grave l’assenza di una legge italiana che dia la possibilità di scegliere di morire. “Se ho il diritto di vivere, ho il diritto di decidere quando morire”. Profondamente ateo, nonostante abbia studiato dai gesuiti, Deidier si apre al pubblico e parla a cuore aperto. Confessa di non amare la metafisica e di essere molto concreto. Ama la vita e, con evidente imbarazzo ma sorridendo, si dichiara una persona felice perché sente di essere molto amato.Saggista e traduttore di poeti come Artaud, Apollinaire, Keats e Sexton, ricorda con gratitudine Amelia Rosselli, la poetessa che, per prima, lo ha incoraggiato a seguire questa strada. Come insegnante accusa la scuola di non avvicinare gli studenti alla poesia e prende ad esempio le “griglie di lettura” con le quali si seziona inutilmente ogni testo in modo fin troppo analitico. Una poesia ridotta “allo spiedo” che non incoraggia certo la lettura.L’incontro ha riscosso molto successo, non solo in termini di presenze ma per aver mostrato l’enorme qualità dell’iniziativa. L’assessore Rita Soccio, che l’ha sostenuta in modo particolare, scrive in una nota: “La rassegna Versus sinserisce nel piano strategico della cultura che stiamo portando avantinella nostra città e che vede nella poesia un elemento di sviluppo e di crescita per tutta la cittadinanza. Il nostro ambizioso progetto è di fare di Recanati un riferimento nazionale e internazionale per la poesia classica ma anche per quella contemporanea, con incontri come quello di questa sera con il poeta Roberto Deidier che tanto successo ha riscosso tra il pubblico.”

giovedì 18 gennaio 2018

Le ragioni della poesia. Rassegna a Roma

Roma torna a far leggere i poeti. Grazie all'invito del Teatro di Roma e del suo direttore Antonio Calbi, presso il teatro di Villa Torlonia Elio Pecora ha raccolto, riprendendo una sua antica consuetudine, trentasette poeti per una vera antologia dal vivo.