sabato 14 gennaio 2017

www.zibaldone.es. Ventidue poeti italiani tradotti in spagnolo

Zibaldone. Estudios italianos / vol. V, issue 1, enero 2017 (nº8)

Veintidós poetas para un nuevo milenio (antología)


(a cura di Juan Pérez Andrés)






11    Edoardo Zuccato (Cassano Magnago, 1963)
28    Maria Grazia Calandrone (Milán, 1964)
42    Rosaria Lo Russo (Florencia, 1964)
53    Roberto Deidier (Roma, 1965)
67    Paolo Febbraro (Roma, 1965)
83    Andrea Inglese (Turín, 1967)
101   Guido Mazzoni (Florencia, 1967) 
119   Laura Pugno (Roma, 1970)
130   Elisa Biagini (Florencia, 1970)
144   Gaia Danese (Roma, 1971)
158   Gabriel del Sarto (Ronchi, Massa, 1972)
177   Silvia Caratti  (Cuneo, 1972)
187   Mario Fresa (Salerno, 1973)
197   Anila Hanxhari (Durazzo, 1974)
215   Andrea Temporelli (Borgomanero, 1973)
232   Paolo Maccari (Colle Val d’Elsa, 1975)
252   Fabrizio Bajec (Tunisi, 1975)
263   Federico Italiano (Galliate, 1976)
285   Massimo Gezzi (Sant’Elpidio a Mare, 1976)
300   Lucrezia Lerro (Omignano, 1977)
315   Alberto Pellegatta (Milán, 1978)
325   Matteo Zattoni (Forlimpopoli, 1980)

mercoledì 28 dicembre 2016

AILANTO n. 40 - Su Paola Loreto




È ancora possibile raccontare una crisi, quel «limite che entra nella vita» e che «come una lama non fa male»? Paola Loreto, con case / spogliamenti ha cercato di circoscrivere non le immagini, ma il racconto interiore di una crisi, che sembra partire da una circostanza relazionale e che invece finisce per accamparsi sull’intero territorio esistenziale dell’io narrante. Ha dato così vita a un libro- sosta, o a un libro-tappa all’interno del suo percorso di poeta, ripiegandosi in un dettato astratto, lavorando con poche, essenziali pennellate rigorosamente in bianco e nero, rinunciando al colore. Otto sezioni senza titolo, con un Post-scriptum e un congedo scandiscono questo nuovo libro, apparso nella collana delle «Licenze poetiche» dell’editore Aragno. Quell’indicazione finale, la sola che l’autrice concede al suo lettore, ci fa pensare a una sequenza epistolare in forma di diario lirico, ma il destinatario è assente o si affaccia sporadicamente, sì che quella crisi finisce per ricadere per intero sul soggetto, lo avvolge in una sorta di bozzolo, di crisalide che prelude a una rinascita, a una risoluzione.
I termini della crisi sono definiti nella poesia d’avvio: il confronto con se stessi, feroce e ineludibile, la contemplazione impotente di quanto accade, «inevitabile», sotto uno sguardo che può solo rivolgersi frontalmente. Ma lo spazio della contemplazione è sempre più complesso del fenomeno osservato, e la visione non si scinde mai dal pensiero. Un pensiero critico, naturalmente, che ripercorre i piani dell’esperienza, i grumi dispersi di una storia, non con la pietas della memoria, ma con la severità dell’analisi. Per questa strada è ancora possibile approdare a un «sapere», difficile e poco addomesticabile, che è anche «cancellazione», «oscuramento». Ancora una volta la visione della propria verità acceca, accompagna il soggetto nel buio di una coscienza che per questo deve mantenersi vigile.
Eppure non è solo per via analitica, o razionale, che può indicarsi la via d’uscita. C’è anche, e soprattutto, un «lasciarsi vivere», un affidarsi al flusso dell’esistenza. Il pensiero del futuro, e della liberazione, è, leopardianamente, un pensiero sentimentale, non certo un atto di volontà. È ancora il cuore a dominare la scena e la scrittura, a farsi carico di compilare «il nulla», di allestire il regesto della crisi, di dare forza, delineandola, a una nuova attenzione. Perché è l’altro, con il suo silenzio («assenza più assurda presenza», diceva un lontano verso di Bertolucci) a completare il quadro così apparentemente solipsistico e invece sotterraneamente aperto a nuove vitalità. Ed è proprio quell’assenza la strada che consente di riconoscere altre complementarità, quella rete di rapporti segreti che regola da sempre ciò che appare come destino, ed è forse solo un irrinunciabile momento di svolta, di cambiamento, di metamorfosi.

Paola Loreto, case / spogliamenti, Aragno, 2016, e. 10.00

Poi i mondi che avremmo
potuto abitare un giorno
ci apparterranno
nella seconda o terza realtà.
L’importante è averne uno
vicino al cuore

via dal volere.

martedì 27 dicembre 2016

AILANTO n. 39 - Su Marco Simonelli


Marco Simonelli ha cominciato a imporsi nel panorama della giovane poesia italiana a partire dalla metà degli anni Duemila (o gli anni «zero», come qualcuno li ha definiti), attraverso una declamazione aggressiva e una pronuncia ironica, che sembravano riportare in primo piano una presenza forte della figura del poeta, pur non rivendicando per essa alcun ruolo o alcuno statuto. Insomma, come una sorta di allegro bricoleur del verso, Simonelli si aggirava tra festival e letture e rassegne con la sua voce esatta e scanzonata, raccogliendo divertiti consensi spesso sfiorando il non-sense, ma sempre provocando l’ascoltatore fino a trascinarlo nel proprio delirio fonico. Un poeta performer, a tutto tondo, finalmente irrompeva con la sua carica eversiva e la giusta dose di provocazione (quella oltre la quale ogni provocazione rischia invece di appiattirsi e di consumarsi rapidamente); un giovane poeta in crescita, ma che ostinatamente sembrava volersi aggrappare alla parte più labile della propria gioventù, come a rivendicarla e a difenderla in un’estrema illusione di libertà.
Lo abbiamo amato fin da subito per questo: perché fra tanti sedicenti poeti giovani, che giocavano invece a fare i poeti vecchi, emulando distrattamente maestri che non avrebbero voluto esserlo, lui giovane lo era davvero, con la sua rabbia sorniona, con l’intelligenza del suo sguardo, e quel tanto di sfida inconsapevole con cui rompere schemi e cliché. Ecco un poeta che prende le vesti della tradizione e, piuttosto che strapparsele di dosso, se le ricuce a suo modo, con quel tanto di amore che esclude il rispetto conformistico, il riconoscimento di autorità consolidate. Ecco, insomma, un poeta pronto a litigare con ogni presunta canonicità e a riutilizzare i materiali del passato (quello prossimo e quello remoto) con una disinvoltura cha appare qualcosa di naturale, prima ancora che una conquista raggiunta. Quella disinvoltura che traspare anche nel suo ultimo lavoro, Il pianto dell’aragosta, pubblicato dalle Edizioni d’If.
L’impianto di questo libro mima infatti strutture e forme tradizionali, per impossessarsene e rivisitarle in una cornice nuova. Fin qui nulla di insolito, se guardiamo al percorso compiuto in quest’ultimo decennio: eppure in questi versi l’ironia cede il passo alla malinconia, che ne è spesso il rovescio più consueto, e «l’ombra» di «guai» non meglio indagati, ma che coinvolgono l’intero universo relazionale dell’io che si narra, spesso nel ricorso a un tu autoreferenziale, copre per intero le tre sezioni, o «parti», di cui si compone il volume. Ogni tanto permane, in qualche improvviso zoppicare del ritmo, o nel suo ripetersi cantilenante, un residuo, credo voluto, della libertà giovanile, della libertà dell’imperizia, intendo; è come l’affacciarsi di uno spiritello che vuol resistere, a tutti i costi, al dolore del tempo e dell’esperienza. Perché di questo, si tratta: dietro queste istantanee, queste cronache minime e minimaliste che appartengono a un mondo privato, si agita tutta l’inquietudine di una diffrazione tragica, ricondotta alla sua origine, al suo nucleo di reazione, al suo balenìo iniziale. Il confronto con il mondo animale, che compone un rapido ma significativo «bestiario», parla di solitudine ed estraneità. Non diversamente accade nella seconda e terza parte, dove anche l’indifferenza interviene a fare la sua parte. Ma Simonelli, da poeta autentico, non giudica mai, si limita a declinare i fatti, a evidenziare emozioni, a registrare colloqui sul filo di una mancata comunicazione. Per rovesciare una formula nietzscheana, spesso adoperata per autori della modernità, il suo è un «pathos della vicinanza», attraverso cui esibisce un teatro quotidiano scandito da riti e costumi di nessun credito.

Marco Simonelli, Il pianto dell’aragosta, Edizioni d’If, 2015, e. 16.00

Ménage

Sarà un incidente banalissimo:
un quadro appeso storto nell’ingresso,
il bicchiere che cade e si rovescia
sulla tovaglia bianca di bucato.

Sarà uno schizzo,
uno scatto imprevisto e immotivato.
Qualcosa di diverso.
Di spropositato.

Sarà come voltarsi all’improvviso
e vedere un totale sconosciuto
là dove poco fa c’era il tuo viso.


lunedì 26 dicembre 2016

Il libro degli allievi. Per Biancamaria Frabotta








Il 31 maggio di quest’anno, Biancamaria Frabotta ha tenuto la sua ultima lezione nella Facoltà di Lettere dell’università «La Sapienza», dove ha insegnato per un quarantennio. Alla presenza di colleghi, allievi ed ex allievi, con la sua voce calma, suadente, che tradiva però l’emozione, ha scelto un argomento difficile, forse uno tra i più difficili che si possano trattare oggi: quello di un’eredità «possibile», lasciataci da alcuni autori del secondo Novecento. Calvino, Pasolini, Primo Levi, Morante, Caproni: scrittori dell’estremo, in grado di sondare le alterazioni del presente con lo sguardo – ora strabico, ora obliquo – di chi non rinuncia a misurarsi con il tempo e col proprio esser-ci nella Storia. Ora possiamo leggere quelle dense pagine in un volume intitolato Il libro degli allievi, curato da Alessandro Giammei e pubblicato dall’editore Bulzoni.
Si è soliti celebrare il congedo dall’insegnamento di un maestro autorevole con una miscellanea di saggi e di testimonianze, portati da colleghi che magari siano stati anche – ma non necessariamente - «allievi». Questo volume, invece, raccoglie intenzionalmente i contributi di chi ha passato parte del suo percorso di studente nelle aule dove Biancamaria Frabotta elargiva il suo magistero. Un magistero che Giammei, nella sua introduzione, non esita a definire «diverso». Gli allievi, dunque: e dunque l’«eredità». Gli scritti qui riuniti, davvero numerosi e partecipi, sono il perfetto, preciso contraltare di quell’ultima lezione; sono la traccia viva e umanissima di un patrimonio, etico e letterario, che non è rimasto confinato in quelle aule né si è stinto in un apprendistato. Poeti, scrittori, romanzieri, saggisti, giornalisti, operatori culturali di vario genere si affacciano tra queste righe: le loro biografie sono variegate, ma hanno tutte l’innegabile carattere di costituire una comunità nel tempo. Le loro geografie sono altrettanto instabili, per nascita o per destino; abbracciano uno spazio davvero vasto, se alcuni di loro hanno potuto continuare la loro carriera di studiosi oltre-Manica o addirittura oltre oceano. Tutti conservano con estrema precisione il sentimento del comune punto di partenza: quei banchi, dove Frabotta ha insegnato Letteratura italiana moderna e contemporanea dagli anni Ottanta a oggi.
Molti di loro sono ormai nomi acclarati nelle cronache culturali di questo difficile inizio di millennio. Qualcuno se n’è andato precocemente, come Pietro Pedace, qui rievocato attraverso la voce di Tommaso Giartosio e Edoardo Albinati. Altri, più giovani, sembrano delle sicure promesse; altri ancora spendono in disparte, ma con un bagaglio severo, in qualche trincea scolastica, la moneta della loro eredità. Come variegate sono le personalità dei testimoni, così anche le immagini di Frabotta che ci vengono restituite sono altrettanto cangianti, autoritratti per interposta persona, caleidoscopio di presenze che spesso, però, ricostruiscono un’unica prospettiva di magistero: quella della poesia che chiama, a sua volta, la poesia. Ma questo è il gioco a cui la vita stessa ci invita: perché, in fondo, non esiste mai una sola eredità possibile, ma esiste – e resiste - il modo in cui recepiamo e rielaboriamo quanto ci viene affidato. E solo allora, confrontandoci, potremo davvero renderci conto di quanto il lascito sia stato ricco e generoso. È quel che attestano queste pagine nel loro insieme.

mercoledì 14 dicembre 2016

AILANTO n. 38 - Su Anna Cascella Luciani









Usciamo? Usciamo. Cominciava così una famosa poesia di Palazzeschi. Mi è tornata in mente leggendo il nuovo libro di Anna Cascella Luciani, Gli amori terreni, che raccoglie i versi scritti dal 2009 al 2012. Perché attraversare i testi di quest’autrice è come iniziare una passeggiata in una geografia ampia, aerea, dove il ricordo filtra lo spazio per consegnarlo alla dimensione della lontananza, e la scrittura torna veloce a riprenderlo per riconsegnarlo a noi che leggiamo, e leggendo ricordiamo. Dall’Adriatico al Tirreno, dall’Abruzzo dell’infanzia e dell’adolescenza alla Roma dei poeti, la vita di Anna è stata un impetuoso inseguirsi della memoria verso un centro nevralgico, invisibile, ineffabile. Il suo ritmo sempre teso, ora ironico, ora suasivo, ora concitato e nervoso, è un vortice che ruota intorno a quel centro, e mentre cerca di afferrarlo lo porta inevitabilmente sempre più lontano, fino a cristallizzarlo nella sua inevitabile assenza.
Ho sempre creduto che fosse il tempo, il grande antagonista di queste poesie, quel tempo che prende forma e si sostanzia nella variazione ritmica, nelle improvvise sospensioni, nei trattini che aprono voragini, piccoli buchi neri in cui sentiamo inesorabilmente avviarsi anche una parte del nostro vissuto; tragedie di un istante, epifanie di cui appena ci rendiamo conto, ma sufficienti a rinviarci a un altrove crudele, dove le nostre esperienze appaiono come dietro la superficie di uno specchio, ormai inafferrabili. Così, spesso, sotto la sua grazia apparente, ho cercato di accostarmi alla scrittura di Anna, per avvertirne piuttosto tutta la forza tellurica (tornano Ade e Persefone, qui, e gli assolati paesaggi della memoria si colorano di una tinta un po’ fosca, che conduce il pensiero verso l’irreparabilità del futuro). Come per Penna - poeta spesso citato per lei e da lei -, sotto il cui passo leggero si avverte sempre il costo autentico della felicità.
C’è un’insolita velocità che ci porta, come se fossimo risucchiati in un gorgo, verso la fine di ogni poesia. E ogni trattino è come uno sbalzo improvviso e imprevisto, che ci giunge proprio quando pensavamo di essere posati su un sedile comodo, un sasso sotto la ruota, l’impressione ogni volta di forare e di doversi arrendere alla sosta forzata. E invece con quest’ultimo libro, proprio come la splendida immagine di copertina di Ettore Spalletti, mi accorgo che di tappa in tappa Cascella Luciani ha disegnato un unico grande ponte tra le sponde della sua vita, e della nostra. Sotto la cui unica, immensa arcata, quel grumo di assenza appare piccolo, piccolissimo, consegnato, più che a un altrove, a un altrui che ci riguarda sempre meno. E che, anzi, quel negativo ha nutrito la sola, vera presenza di cui questo poeta ha scelto di appropriarsi anche nel nome: quella materna. Amori, amicizie, città, paesaggi e micropaesaggi scorrono con la consueta foga, a quel passo di danza che da sempre viene riconosciuto ad Anna. Ma qui la coreografia è diversa: molti sono i pas-de-deux, le dediche e le apparizioni in scena, che corroborano la densità di un’esistenza, aggiungono materia, solidità, proprio quando le circostanze lavorano a sottrarre, a delimitare, a escludere. Così un doppio movimento scandisce questi ultimi versi, lineare e circolare insieme, ampio eppure preciso: quello della riconquista. Narrazione di un’identità che finalmente sembra ricomporsi proprio quando il corpo afferma il contrario e congiura al dissolvi, Gli amori terreni sono il diario puntuale di un viaggio ostinato e coraggioso.

Anna Cascella Luciani, Gli amori terreni 2009-2012, con una Nota di Marco Corsi, Brescia, L’Obliquo, s.i.p.

vincere l’oriente – piccola –
è il costo del tramonto
alla roulette dei mondi –
nessun colpo deviato ha
l’universo – nell’orbita
degli astri – e se noi siamo
fatti di calcio – ferro –
come le centrali nucleari
delle stelle – in atomi
ritornati a quei lucenti
o spenti spazi siderali –
sarà il moto perenne a dare
il colpo – a quel che resta
di noi dormiente – nelle culle
- stellari –

sabato 26 novembre 2016

AILANTO n. 37 - Su Alberto Toni






Alberto Toni è un poeta che non ha mai smesso di confrontarsi con la tradizione, e in particolare con quella a lui più prossima, la grande tradizione poetica del secolo scorso: quello in cui è nato e si è formato. Ma la tradizione non è mai stata, per lui, la superficie liscia di uno specchio in cui osservarsi, anche nel termometro delle passioni e degli umori, e neppure un polo di tensione. Ci sono autori per i quali volgere lo sguardo al passato, non importa quanto lontano, rappresenta un gesto di sfida, o la necessità di ribadire una presa di distanza. Così come ve ne sono altri che senza quel passato perderebbero il nerbo delle loro polemiche, delle loro messe a punto: un canone, lo sappiamo, coincide solo in minima parte con una costellazione, ovvero con i maestri e compagni di strada che ci si è scelti. Toni, piuttosto, nel Novecento dei poeti sembra sentirsi perfettamente a suo agio: quelle mura, per quanto dolenti, drammatiche, poco rassicuranti, sono la sua dimensione ideale, circoscrivono il perimetro di quella «stanza tutta per sé» dove ritrovare e riaffermare, ogni volta, la sua identità.
Si può leggere in questa prospettiva anche la sua ultima fatica, sintomaticamente intitolata Il dolore. Anche qui il lettore ritrova alcuni parametri fissi della scrittura di Toni: luoghi, viaggi, incontri che delimitano un mondo di esperienze, con un occhio rivolto alla realtà e l’altro alla memoria. Ma rispetto alle prove precedenti, ed entrando nel pieno della sua maturità, il poeta in questo libro lascia alcuni inevitabili e chiarissimi senhals in direzione di un passato che continua a rappresentare, per lui, la sola, vera eredità. A partire dal titolo, preso di sana pianta come un omaggio esibito - e dunque senza sfrontatezza, ma con l’aria di chi può sentirsi autorizzato a farlo – da uno dei grandi libri del suo Novecento, il libro che Ungaretti scrisse nel pianto per un lutto imprevisto e insanabile. Sfogliando Il dolore ci s’imbatte ancora in un altro senhal: l’«upupa», uno degli emblemi montaliani; ma a Montale risale anche la prima allegoria a cui Toni si ispira, quella della «trota sannita», davvero una «sorella» dell’«anguilla». E il Percorso ospedaliero che intitola la quinta sezione rinvia a un altro illustre precedente, quella Serie ospedaliera che Amelia Rosselli aveva congedato dopo le Variazioni belliche. E sotto il travestimento dell’anagramma ritroviamo perfino Caproni, in un testo in cui si rievocano pomeriggi in biblioteca; così come in diverse chiuse, dal tratto più musicale, si avverte lo spirito di un altro degli auctores di questa costellazione, Sandro Penna.
Siamo davanti al compiacimento della citazione? Non credo, perché il gioco, volente o nolente, risulta assai scoperto, fin troppo per non indurci a credere a una necessità autentica. Non è un caso che queste poesie siano popolate di figure e fantasmi di padri e di madri, e che la poesia che dà il titolo all’intera raccolta sia dedicata proprio alla madre. È la madre che dà la lingua, ed è la lingua che Toni sente di aver preso in consegna, per poterla rimodellare, portare avanti nel tempo di una storia dove, forse, non si vorrebbe più posto per i poeti. Che sono e restano le creature più fanciullesche del nostro presente, e per questo le più «antiche». È questo l’aggettivo che più ricorre in questo nuovo lavoro di Toni e che ci pone di fronte a una coerenza davvero rara: quella a cui possiamo dare il nome di fedeltà.

Alberto Toni, Il dolore, Samuele Editore, e. 12

Accogliamoli i padri, i fondatori,
la loro giovane dismisura, la risorsa,
se libero è il disegno della storia.
Ma fugge la staffetta allo stacco dei nuovi,
si rinserra, si adunca in rivoli di terra,
dai dialetti, ai polsi proni dell’indifferenza
o soltanto per noia malcelata.
Sapessero che stare è riandare una volta,
più volte nell’addio
e dentro il dolore.
Non stanchi, né offesi
dalle umili origini.