sabato 11 novembre 2017

AILANTO n. 50 - su Renato Nisticò



C’è qualcosa che non torna, immancabilmente, nelle geografie letterarie più recenti, soprattutto quelle della poesia; e se quelle geografie si restringono a una generazione di autori la situazione non cambia, qualcuno o qualcosa si sarà sottratto comunque all’attenzione dei compilatori di manuali o di frettolose e tendenziose antologie. Tra i nomi della generazione degli anni Sessanta, per esempio, è mancato a lungo quello di Renato Nisticò, oggi pienamente riscattato dall’apparizione della sua seconda raccolta, Attenti caduta metafore, nella preziosa collana di poesia dell’editore Donzelli. La prima, intitolata Regno mobile, risale al lontano 2001.
Il nuovo libro ha una struttura forse poco italiana, nel senso che non appare organizzata in sezioni, ma lascia liberamente fluire i temi dal testo d’avvio a quello di chiusura, non senza una certa specularità. Il poeta, nell’incipit, si presenta sotto le spoglie di un dio nascosto e la sua condizione appare essere quella della maturità: «Sono diventato adulto / son diventato grande», dice Nisticò, come a suggellare la fine di quella lunga, variegata Bildung di cui Regno mobile, e anche il romanzo L’Arcavacante erano stati l’espressione, ora ironica ora sospesa tra residui di incanto e delusioni. Ma «attenti», come suggerisce il titolo, perché lo scarto metaforico è sempre in agguato per sorprendere e spiazzare il lettore. Così quel secondo aggettivo, «grande», vuole riferirsi non solo all’anagrafe, ma anche a una condizione di pervasiva smisuratezza: dalle sue altezze, il dio perde la percezione delle «cose della terra», e allora anche la conquista della maturità si rivela una facile illusione, un nascondersi a se stessi. Il poeta è infine un «triste» ma «vivace impostore», come recita l’ultimo verso della raccolta: «L’età cade muta», ed è significativa quest’asserzione dopo un vasto dispiegarsi di risorse locutive, finanche di un tentativo di Discorso agli italiani, dove la passione non scade mai in facile retorica.
Nisticò ha il dono di sospendere il linguaggio in una zona del poetico dove ogni significato sembra ancora compiersi, e dunque tutto diventa risorsa, per lui, e nulla rischia di usurarsi. Le sue immagini sembrano ancora pregne di quel candore che rinvia a uno sguardo adolescente, alla freschezza e vivacità di un perenne presente: «Qui da noi di una storia / del futuro non se ne fanno niente», scrive in L’avo futuro. Quanto al passato, la sua rievocazione non è mai oscurata dalla malinconia, perché «La vita è una, non ammette altro da sé», suggerisce severamente l’autore come a circoscrivere un suo recinto, una sua condivisa ontologia. In questa immanenza, di cui l’occhio si è nutrito incessantemente e che non cessa di reinventarsi nella lingua della poesia fino a farsi «cristallo di durata», Nisticò ci aiuta invece a comprendere che il grande tema di fondo, il vero antagonista è proprio il tempo, richiamato sotto ogni possibile specie, a partire da quella della finitudine, se «vita mortale, verso l’inverno vai» (Le vecchie). Non so fino a che punto questo carattere di meditazione sul fluire della vita sia un tratto che accomuna questo libro all’opera di diversi poeti del meridione, né vorrei che sembrasse riduttivo, nei confronti di un libro così mosso, così ricco delle sue necessità, stabilire un confine tematico così netto. Ma se «L’acqua è allora una durata», si chiede guardando la pioggia, allora un filo non troppo segreto da Eraclito a Brodskij lega Attenti caduta metafore a qualcosa che ha a che fare anche con una morale del tempo, non solo con il suo manifesto consumarsi. Dietro la fanciullezza delle immagini si riconosce una corda civile che proprio verso la fine tende a rivelarsi con più nettezza, presentandosi come un memento e come un invito.

Renato Nisticò, Attenti caduta metafore, Donzelli 2017, e. 14.00

La luce si nasconde dietro il suo apparire:
rivelazione di una troppo vivida estate
che ha partorito in te
un certo tipo di sguardo, bieco e ridente:

I maestri non lo sanno che cos’è la luce:
se possono, ti ripetono formule
risapute…

Tu dici È la ragione dei ciechi
è il nero degli occhi che accresce
lo splendore dei possibili volti

Io dico È il popolo d’immediati rancori
che si rivolta nell’opacità della lente
oscura

Non è chiara la luce

mercoledì 6 settembre 2017

AILANTO n. 49 - su Giorgio Ghiotti



Scrive Biancamaria Frabotta, nella densa prefazione a La città che ti abita di Giorgio Ghiotti, che «sono così pochi i poeti nativi di Roma nella nostra precarietà di esuli, di emigrati, di spatriati, che quando ce ne capita uno è meglio non lasciarselo sfuggire». È vero, la capitale è più una città di poesia che di poeti; per questo, «quando ce ne capita uno», non vengono a mancare attenzione e curiosità, e quasi mai ne restiamo scontenti. È anche il caso di un talento precocissimo come quello di Ghiotti, che a ventitré anni (l’età in cui un altro enfant prodige, Valerio Magrelli, esordiva con Ora serrata retinae) congeda la sua seconda opera in versi, dopo Estinzione dell’uomo bambino del 2015. Una distanza ravvicinatissima tra le due prove suggerisce una certa contiguità tematica ed espressiva, puntualmente colta nelle osservazioni della prefatrice, a cui rimando. È come se, di tappa in tappa, Ghiotti stia circoscrivendo, nella forma della poesia, un universo affettivo, amicale, domestico, quello a lui più prossimo, cercando di attingervi quell’essenzialità in cui far confluire necessità comuni, piccole verità condivise, condotte alla disamina del tempo. Proprio «cuore» e «tempo», quest’ultima nelle sue svariate declinazioni, sono i termini che più ricorrono in queste nuove poesie.
«Certo, il cuore, chi gli dà retta, ha sempre qualche cosa da dire su quello che sarà. Ma che sa il cuore? Appena un poco di quello che è già accaduto». Così Manzoni, nell’ottavo capitolo del suo romanzo. E veniamo al centro della questione che fa da filo conduttore ai testi di Ghiotti. Non so se avesse presente questa frase, in cui l’affettività si misura con la temporalità, fra passato e futuro: la poesia non conosce presente, del resto. Perché «cuore» e «tempo», in questo libro, intrattengono un rapporto dialettico. Si affrontano, si scontrano, prendono coscienza l’uno dell’altro. E lo fanno attraverso un susseguirsi scenico, di sequenza in sequenza, come se fossimo chiamati ad assistere a delle brevi pièces, che i personaggi di una vita, per quanto esigua, vengono a recitare su un palcoscenico di micronarrazioni. Ma è davvero esigua una vita di ventitré anni, quando il mondo affettivo che vi si dispiega appare così inevitabilmente ricco, agito da grandi dolori come da minimi sussulti, e soprattutto da continue scoperte? In un panorama di giovani e dottissimi versificatori, che forzano la scrittura verso una maturità fittizia, ancora lontana dal compiersi, Ghiotti è l’ultimo poeta bambino in grado di stupirsi della vita, e di raccontare il proprio stupore con l’esattezza della grazia. In filigrana ritrovo qualcosa di Penna, le sue avversative, il suo fraseggio, ma senza epigonismo: in filigrana, appunto, come a dimostrare l’esercizio di una lenta assimilazione. E la ricerca di varchi del primissimo Montale.
Anche Ghiotti è un lettore dotto, prima che poeta e narratore. Il miglior Novecento si raccoglie dietro le sue parole e sarebbe poco utile provare a tirar giù altri nomi, che stranamente (come accade spesso alla poesia romana) non apparterrebbero neppure agli immediati dintorni dell’urbe. Quando si mettono cuore e tempo in una stessa poesia, si muovono ampie tradizioni, e alla fine, tra i due, nessuno vince, perché non esiste che un «sentimento del tempo». Ma per Ghiotti questo non s’identifica tanto nella «tragedia dell’infanzia» che pure Frabotta rievoca in apertura, quanto nel perdurare di un’adolescenza che brucia e brucia, come vuole il suo etimo (adolesco) portandoci verso nuove forme e nuove acquisizioni. E lasciando, nella cenere, la traccia di quel che siamo stati. Ha ragione Ghiotti: c’è un «lordo» e c’è un «netto», nei nostri bilanci affettivi, un tempo pensato e un tempo vissuto, qualcosa che si perde, e altro che si salva per sempre.

Giorgio Ghiotti, La città che ti abita, prefazione di Biancamaria Frabotta, Empirìa 2017, e. 12.00.

Vorrei trattenerli per intero, ora, i ponti
interminabili di agosto, le sagome indistinte
di urla fuori dalle scuole, gli archi
spalancati sulle piazze, il riposo dei cortili
per lui che mai del tempo ha fatto scorta
e quello speso dietro a un farsi e disfarsi
di giorni chiamarlo per nome, ritrovare
nel suo farmi battaglia d’allora
lo spiraglio oltre il silenzio di adesso.